Simon Konianski

E’ una commedia divertentissima e se il regista avesse osato di più sarebbe stata un cult. E’ un film sugli ebrei che parla degli ebrei, con il loro esilarante (e classico) umorismo.

Nella prima parte parla del rapporto tra tre generazioni: padre, figlio e nonno. Il nonno muore e diventa un road movie (non vi rovino nulla succede nella prima mezzora). Padre, figlio, fratello e sorella del defunto partono per l’Ucraina per andare a seppellire la salma in un luogo sperduto: in un cimitero dove é sepolta la prima moglie del vecchio.

Vengono tirati in mezzo i nazisti, i russi e ci sono dei momenti in cui piangi dalle lacrime.

“Volevo dirle di ricordarsi del Supradyn”

La palma alla miglior scena comica va al breve monologo del rabbino (sempre più capo tribù): “Lufthansa? No” (mai una linea area tedesca), in particolare quando per il trasporto del cadavere fa i conti con maniacale precisione con la calcolatrice, parla male delle strade ucraine e ricorda la scarsa ospitalità di quel paese. L’apice raggiunge quando suggerisci di seppellire il morto a Gerusalemme sul monte degli Ulivi “Una buona offerta lastminute”.

La parte amara riguarda la coscienza del passato e la scopertà dell’identità del protagonista ma di questo non voglio parlarvene per non rovinare a voi questa rinascita.

Guardatevelo se volete ridere e sorridere. Una discreta pellicola di formazione belga. Voto: 7/10.

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Four Lions

Film veloce dai dialoghi serrati. La visione in lingua originale non è stata facile, colmo di slang, frasi mezze in inglese, mezze in pakistano e arabo.

Divertente ma profondamente pesante. Non credo di aver percepito tutte le morali e le implicazioni. Parla di una cellula terroristica islamica sgangherata in Inghilterra. Tutti si prendono terribilmente sul serio, tutti credono nelle loro idee. Mai surreale.

Commedia nera tragica sulla Jihad da prendere (a sua volta) sul serio, sia da una parte che dall’altra. Nemmeno gli occidentali ne escono indenni. Bravo il regista, che gira con la telecamera a mano ed è sempre al centro dell’azione. Avevo già avuto l’opportunità di apprezzarlo per l’ottimo “The IT Crowd“, serie TV divertentissima sul reparto IT di una grande azienda (consigliatissimo a tutti i geek o presunti tali).

Irriverente, satirico e scomodissimo7.5/10.

“What’s with the gun?”
“Proper replica man”
“It’s too small man!”
“Not too small, brother. Big hands!


P.S. I love you

Sono arrivato a lui perché avevo letto da qualche parte che aveva a che fare con l’Irlanda, mio grande amore.

Espediente semplice e originale anche se commerciale, Hillary è tanto bruttina quanto brava, a tratti commovente.

Lui muore e lei si trova da sola e vedova, lui le scrive delle lettere prima di morire che arrivano giorno dopo giorno. Lei si costruisce una nuova vita con il suo aiuto.

Carino, una bella cazzata. Insomma vedetevelo e non prendetevi troppo sul serio.

6/10.

Departures ovvero Okuribito

Sono certo che la mia prosa non sia degna di tale film, probabilmente dovrei tacere, nella migliore tradizione nipponica, e semplicemente sussurrare “capolavoro”. La pellicola mi ha emozionato all’inverosimile, ho perso il numero di volte che dai miei occhi sono scese le lacrime non solo per la tristezza ma soprattutto per l’intensità. Departures parla di tutto e come tutto alla fine ritorna a se stesso. Tutto trova una collocazione.

E’ la storia di un giovane violoncellista disoccupato che da Tokyo si trasferisce nel paesino dove è nato e inizia una nuova vita assieme alla moglie. Trova lavoro come assistente tanatoesteta (colui che prepara i morti per l’ultimo viaggio).

Colpisce la gestualità dell’opera, la discrezione, la dignità tipica della cultura orientale (qualsiasi paragone con le tragedie attuali è fortemente voluto). Mi risulta particolarmente complesso essere originale nel descrivere Departures, non posso fare altro che dire banalità sincere.

La morte, la vita, la famiglia, i rapporti e i doni sono i protagonisti. Pregno di filosofia e saturo di buon senso. Come ad esempio capire il proprio dono e prendere coscienza di quello in cui si è mediocri. Come il rispetto per ogni persona e ogni cosa. Come l’impossibilità di dimenticare. Come l’importanza della deferenza verso la morte e l’importanza sia per il defunto che per i “cari” di prepararsi per la dipartita. La riflessione sulla morte di questo film vi entrerà dentro. Departures è un film che parla quindi di argomenti personali, intimi ma lo fa anche con ironica profondità. E le partenze non riguardano solo le morti ma anche le partenze da un certo tipo di vita, conoscere i propri limiti e viaggiare verso altre destinazioni, alla ricerca della rinascita spirituale trascurando le convinzioni sociali (scusate ancora per la banalità).

Departures è semplice, raccontato in modo semplice, nessun eccesso nella storia ma è imponente e sontuoso, perfetto e composto (spero che anche i detrattori di Via Munerati concordino).

Oscar come film straniero pienamente meritato anche se la vittima in questo caso è un altro fuori classe (Valzer con Bashir, 9/10).

Capolavoro. 10/10.

Animal Kingdom

Animal KingdomUno dei film più discussi del 2010 finalmente è arrivato sotto le mie grinfie. Imponente film australiano confezionato egregiamente.

Attori tutti all’altezza, impressionante Jacki Weaver, meritatissima la candidatura all’Oscar come miglior attrice non protagonista. Molto bene anche Guy Pearce che quando rimpatria rinasce (vedi anche The Proposition).

Narra la storia di una famiglia criminale: madre, figli e nipote; buoni e cattivi, distinzione veramente sottile e inutile per la storia.

L’opera è come una specie di rock in slow motion, pochi dialoghi, nessuna sparatoria, pochissimi effetti speciali. Ci sono persone che muoiono, persone che si drogano ma tutto viene presentato in modo intimista, senza chiasso e clamore.

Discreto il modo in cui viene delineato il carattere dei vari personaggi.

Un opera sensibile priva però del tocco, è mancato forse un po’ di coraggio. 8/10

“I’m having trouble trying to find my positive spin.
I’m usually very good at it. Usually it’s right there, and I can just have it.
But I’m having trouble finding it now.”


Tutte le cene cretine

Il remake americano A cena con un cretino (Dinner for Schmucks, 5/10) del francesissimo La cena dei cretini (Le dîner de cons, 6/10) è mediocre ma tutto sommato piacevole. Steve Carell in buona forma e in un ruolo cucito su misura. Il buon Paul Rudd non si spinge mai oltre, osa raramente, rimane una decente spalla ma avrebbe potuto dare di più.

Il film è una semplicissima commedia senza pretese che sostanzialmente usa l’espediente della cena con dei cretini (ogni invitato deve portare un cretino) per una serie di gag più o meno esilaranti.

La versione originale francese è più cerebrale e meno grottesca mentre la versione americana più centrata sull’umorismo gutturale e fisico: come ad es. il surreale Therman con il suo Mind Control, Kieran con il suo influsso animale o la battaglia finale con il Brain Control.

Molto gradevoli i titoli di testa e di coda con con i topi imbalsamati.

Se volete andare a cena con dei cretini vi consiglio, senza dubbio, la versione francese; quella americana solo per i fan sfegatati di Carell (so che non sono pochi).

Hai mai visto un mammifero fare l’amore con un uccello?